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    Etica, difesa, armamentiDomenico Fisichella

    Articolo uscito su L'Altro dell'11 ottobre 2009

    Data: giovedì 15 ottobre 2009 ore 17.35

    Con questo articolo che abbiamo chiesto a Domenico Fisichella, Professore di Scienza Politica, già Ministro per i Beni Culturali e Vicepresidente del Senato, apriamo un dibattito su “Etica, Difesa, Armamenti”.

    Se gli uomini fossero buoni, non ci sarebbe bisogno delle armi. Ma proprio perché lo spirito di prevaricazione fa parte della natura umana, alla prevaricazione servono le armi per l’offesa, e quindi inevitabilmente emerge la necessità delle armi anche per la difesa, sia degli individui sia dei gruppi, popoli, nazioni, comunità. Il monopolio legittimo della forza in capo allo Stato è quanto ne deriva per la garanzia della pacifica convivenza interna e della difesa sul piano internazionale.
    Il problema del rapporto tra etica e armi ha, sul piano generale, una prima premessa: non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te stesso. Nella storia, questa premessa è purtroppo ampiamente disattesa. Ciò pone, appunto, il problema dell’ordine interno e della difesa esterna a cura dello Stato. E voglio qui ricordare, con riferimento a noi italiani, che l’attuale Carta costituzionale, all’articolo 52, afferma che “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”, ed è questo l’unico passaggio in cui il testo costituzionale usa l’aggettivo “sacro”. La difesa in armi, dunque, è quanto di più alto si possa immaginare per la vita pubblica di una nazione.
    Il discorso del rapporto tra armi ed etica civile, tuttavia, non finisce qui. È ben più complesso. Tornando perciò al tema più generale del presente dibattito, va detto che con riferimento alla strumentazione bellica ci sono dei precetti di moralità civica che ogni nazione deve (dovrebbe) rispettare.
    Anzitutto, non si può consentire che i produttori di armi le vendano a potenze nemiche, in costanza di situazioni esplicitamente belliche o anche in tempo di pace, se ad esempio esistono condizioni di “guerra fredda” o consimili.
    In secondo luogo, non è lecito vendere a paesi che sono ostili a nazioni alleate: in tal caso, queste ultime possono considerare non più valida l’alleanza per intervenuta slealtà del partner, con tutte le conseguenze negative suscettibili di derivarne. In terzo luogo, non è lecito fornire, a titolo oneroso o gratuito, armi a paesi che fomentano movimenti dediti al terrorismo internazionale, e men che meno rifornire direttamente questi ultimi. Compito delle istituzioni pubbliche, infatti, è tutelare la pace, interna e internazionale.
    In quarto luogo, il ricorso alle armi deve essere commisurato e proporzionato allo scopo, e non assumere un andamento deliberatamente e indiscriminatamente distruttivo: per usare un’immagine facile, non si spara una cannonata per colpire un moscerino. E anche la conquista, dice Montesquieu (sul cui pensiero mi permetto di rinviare al mio volume appena uscito, Montesquieu e il governo moderato, Carocci editore), è una acquisizione, e come tale deve comportare la conservazione, non la distruzione.
    Va detto che tali precetti, ispirati e riferibili al grande “diritto pubblico europeo” dei secoli passati, sono stati considerati carta straccia specie nel ventesimo secolo, con il suo ricorso all’idea e alla prassi di “guerra totale” ignara di ogni distinzione tra forze belligeranti e popolazioni civili inermi, con l’estensione tragicamente straordinaria e ideologicamente motivata del concetto di “nemico”, con l’invenzione e l’utilizzazione di strumenti bellici di distruzione di massa.
    Anche in conseguenza di ciò, oggi tutto è incerto in tutti i campi. Nonostante ogni sforzo contrario, il puro fatto troppo spesso prevale sul diritto e ancora più sull’etica, e anche il possesso di fonti energetiche e la vendita dei relativi prodotti sono più che mai direttamente o indirettamente suscettibili di impiego in campo bellico.
    Inoltre, gli Stati sono spesso, attraverso imprese di cui sono gli unici o i principali azionisti, produttori di armi, e come tali interessati a venderli, non di rado senza troppe preoccupazioni circa l’identità reale e finale degli acquirenti. E allora sul punto occorre essere chiari. Se i produttori sono privati, compete allo Stato il controllo sui loro comportamenti, sui requisiti degli acquirenti e sulla effettiva destinazione finale. Se l’azienda produttrice è pubblica, le scelte politiche dell’autorità nazionale devono valere a fortiori e a priori, e comunque in entrambi i casi limiti e divieti dovrebbero essere in sostanza quelli cui ho fatto riferimento prima.
    Ciò detto, torniamo per un momento all’Italia. Qui il dato di fatto è che il bilancio della difesa è troppo modesto: una nazione sta nell’arena globale anche per ciò che le sue forze armate valgono in addestramento e strumenti. Nonostante l’impegno e i sacrifici dei nostri militari a tutti i livelli, le disponibilità sono assai ridotte. E ciò è un rischio anche perché i produttori di casa nostra possono essere viepiù tentati di cercare e trovare sbocchi in mercati impropri e pericolosi sia per la sicurezza nazionale sia anche per gli equilibri internazionali. D’altra parte l’impegno per il rispetto delle regole deve valere per tutte le nazioni e per tutti i produttori. Se gli organi di controllo nazionali e internazionali consentono zone franche per qualcuno, è chiaro che nei mercati, palesi ed occulti, la guerra diventa di tutti contro tutti. Se c’è un terreno ove più precario è l’incontro tra etica, politica ed economia, questo è il terreno degli armamenti.

    Domenico Fisichella

    realizzato da www.webiteasy.it

    (V 1.5.1 30-04-2001)