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    Il paradosso FiniDomenico Fisichella

    Articolo per la rivista "Reset"

    Data: venerdì 22 gennaio 2010 ore 12.37

    La rivista "Reset" pubblica nel numero di gennaio/febbraio 2010, con il titolo "Il paradosso Fini", il seguente articolo di Domenico Fisichella.

    Prendiamo le mosse da un dato di realtà. Il sistema politico italiano ha ormai da un quindicennio una configurazione sostanzialmente bipolare, almeno sotto il profilo della dinamica competitiva. Ma si tratta di un bipolarismo anomalo. Sia sull’uno sia sull’altro versante politico operano infatti formazioni partitiche, da una parte la Lega Nord dall’altra l’Italia dei Valori, che dispongono di un alto potenziale di intimidazione nei confronti dei rispettivi alleati, imponendo così ai processi politici ed elettorali un andamento tendenzialmente e crescentemente centrifugo, mentre il modello tipologico del bipolarismo postula una logica centripeta. D’altra parte, si consideri che questi due partiti, collocati su entrambi gli schieramenti, non possono sic et simpliciter essere considerati rispettivamente forze politiche vuoi di estrema destra vuoi di estrema sinistra: l’Italia dei Valori non è certo un partito di estrema sinistra e la Lega Nord non è necessariamente un partito di estrema destra. Ad esempio, se Destra vuol dire nazionalità (non necessariamente nazionalismo) e statualità (non necessariamente statalismo), Umberto Bossi non è riferibile al criterio della nazionalità e non è riferibile a quello della statualità: il suo partito per molti aspetti può essere considerato un estremismo di centro, al pari del partito di Antonio Di Pietro per altri aspetti. E se ciò vale, si comprende che anche sotto tale profilo la predisposizione centripeta del modello bipolare risulta vulnerata.
    Fin qui il primo aspetto di distorsione della questione italiana nella stagione del bipolarismo. Ma c’è un secondo aspetto distorsivo e di anomalia che va messo nel conto, e che è riferibile alla particolarità della preminenza politica di Silvio Berlusconi e della sua leadership. Per un verso, infatti, tale preminenza si caratterizza per uno straordinario tasso di concentrazione di potere politico, potere economico e potere mediatico, e ciò distorce senza remissione quella misura di almeno relativo equilibrio sia di forze sia di regole che è precondizione indispensabile per un andamento approssimativamente coerente con i connotati della competizione bipolare. Per un secondo verso, lo speciale tipo di preminenza della leadership berlusconiana dà spazio alla Lega e dà opportunità polemiche all’Italia dei Valori, con la conseguenza che essa aumenta gli spazî di influenza, pressione e intimidazione di entrambi tali partiti, accentuando così l’elemento centrifugo della competizione politica e anche elettorale: l’estremismo di centro, in effetti, riduce il territorio di quella “opinione di centro” che è indispensabile perché il bipolarismo funzioni su basi centripete.
    Tali premesse mi paiono necessarie per affrontare il discorso relativo al ruolo e alle intenzioni di Gianfranco Fini. Questa personalità politica non ha mai avuto profonde convinzioni valoriali e dottrinali. Asceso al vertice del MSI su designazione di Giorgio Almirante, la sua vera fortuna inizia con Alleanza Nazionale. E qui va fatta subito un’osservazione che mi pare importante, e che non riguarda soltanto Fini. Nella nascita e poi nello sviluppo di AN, mentre le personalità provenienti dalla cosiddetta società civile o anche da altre esperienze politiche (personalità ormai quasi tutte allontanatesi) credevano in qualcosa, pensavano cioè di realizzare – pur con taluni elementi distintivi – una certa idea della Destra, gli esponenti di vertice del MSI, nel momento in cui decidevano di abbandonare il loro ormai ingombrante e più o meno sincero “neo-fascismo”, deliberatamente assumevano come stella polare della loro azione pubblica di praticare, ancorché mimetizzati con tecniche di mascheramento, solo ed essenzialmente l’imperativo e le convenienze del potere, senza sostanzialmente credere a null’altro. Ciò in qualche modo rispondeva al presupposto fascista dell’attivismo prassista, ma senza l’ingombro di alcun sistema di credenze: in questo senso, emblematico è il passaggio che dalla più dura opposizione al regionalismo conduce all’accettazione piena dello sciagurato federalismo.
    Si capisce, detto questo, che oggi è difficile in Italia parlare di una Destra. Non lo è la Lega, non lo è Forza Italia, e quanto ad AN, la sua repentina incorporazione nel Popolo della Libertà, partito egemonizzato da Berlusconi, fa venir meno ogni possibile riferimento ad una forza politica con dignità di Destra.
    Quanto a Fini, si comprende che, vinte le elezioni del 2008, abbia scelto per sé la carica di presidente della Camera. Nel governo sarebbe stato inevitabilmente in terza o quarta posizione, dopo il presidente del Consiglio, dopo il ministro dell’Economia (qui anche in ragione della crisi economico-finanziaria), dopo il ministro della Giustizia. Come presidente della Camera, ha una indubbia visibilità istituzionale e mediatica, che oggi utilizza in continuazione. Ben si intuisce e si coglie che per Fini, da gran tempo ma specie ora come ora, Berlusconi è il “nemico principale”, per usare una formula cara a una certa Destra. Per ottenere quale risultato? Sulla base di quanto ho detto all’inizio di questo articolo, una risposta potrebbe essere la seguente: per rendere finalmente non più anomalo il bipolarismo italiano. Ottimo proposito. Ma come realizzarlo? Per conseguire un tale esito, infatti, occorrerebbero l’esistenza e la persistenza di certe condizioni. Anzitutto, dovrebbe conseguirsi il drastico ridimensionamento politico di Silvio Berlusconi. In secondo luogo, uscito politicamente di scena o comunque fortemente ridimensionato il Cavaliere, dovrebbe rimanere integro il partito del Popolo della Libertà. In terzo luogo, Fini dovrebbe assumere la guida di quest’ultima formazione.
    Fermo restando che rimarrebbe comunque aperto il problema della Lega, se le prime tre condizioni si realizzassero si sarebbe compiuto un importante passo avanti sulla via di un bipolarismo “perfetto“ (o comunque meno imperfetto di quello odierno). Ma un accantonamento politico di Berlusconi non provocherebbe nel PDL una feroce guerra di successione? E in tal caso sarebbe Fini a prevalere? O non si avrebbe invece una disarticolazione della coalizione cosiddetta di “centro-destra” e del suo partito principale? E con quali esiti per il bipolarismo?
    Senza dubbio, oggi il cosiddetto “centro-sinistra” guarda con attenzione a Fini, sia per la sua guerriglia a Berlusconi sia per talune prese di posizione programmatiche e di merito su temi come immigrazione e altro. Sulla attendibilità e durata di tali posizioni non mi sento di esprimere giudizi definitivi. Vedremo. Circa le prese di distanza da Berlusconi, fin dove possono essere spinte? Fino a realizzare un governo istituzionale? Ma perché Berlusconi dovrebbe consentire che a presiederlo sia Fini che lo defenestra dalla presidenza del Consiglio? E se il capo del governo fosse una personalità tecnica, cosa rimarrebbe a Fini dello spazio politico che oggi gli viene dalla freddezza e ostilità verso Berlusconi? Si sarebbe tanto impegnato ed esposto in prima persona per poi ridursi a fare il king-maker a favore di questo o quello? E, cambiando traguardo, si può pensare al Quirinale come realistico obiettivo di Fini? Con i voti dei parlamentari di Berlusconi? Con i voti del cosiddetto “centro-sinistra”? Ammesso che questi ultimi in teoria numericamente bastino, grazie a qualche apporto esterno, questi voti andrebbero compatti al non tanto antico leader missino?
    Oggi come oggi, se gli interrogativi prevalgono, rimane il fatto che l’azione di Fini, pur se ormai egli è privo di un suo partito, può svolgere un compito di delegittimazione e contrazione della leadership berlusconiana. Non è esito da poco, se riuscisse. Ma il dopo è tutto un’incognita. Potremmo cadere nella disgraziata ipotesi di un multipolarismo dedito all’ingovernabilità del sistema politico. E in tale multipolarismo non è chiaro quale sarebbe la sorte dell’attuale presidente della Camera. La conclusione è perciò che per avviare la normalità del bipolarismo è indispensabile che il cosiddetto “centro-sinistra” (a cominciare dal Partito Democratico) diventi una cosa seria, gradito anche agli elettori espressi dall’opinione di centro e suscettibile perciò delle relative convergenze e/o alleanze, dunque capace di proporsi come credibile forza di governo in una logica maggioritaria. Impresa ardua, ma che va tentata. Solo così, tra l’altro, sarebbe possibile verificare la reale attendibilità politica delle attuali posizioni di Fini. Solo così potremmo avere chiaro se Fini è proponibile come leader istituzionale anche supremo, se è attendibile come leader di una coalizione alternativa entro un “bipolarismo perfetto” (che è cosa diversa dal bipartitismo, esito non maturo e probabilmente non auspicabile per il caso italiano), se viceversa la sua attuale guerra di movimento è destinata a caratterizzarsi e a permanere come l’ennesimo episodio di quell’abile tatticismo senza strategia che è stata fin qui la più autentica cifra della fortunata avventura politica di Gianfranco Fini.

    Domenico Fisichella

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    (V 1.5.1 30-04-2001)