Data: lunedì 12 luglio 2010 ore 11.21
Nel numero di luglio 2010 il periodico mensile "formiche" ha pubblicato l'articolo di Domenico Fisichella che di seguito riproduciamo.
Sono certamente importanti le parole di Gianfranco Fini in tema di legalità, unità nazionale, rifiuto di pseudo-revisionismi storiografici che negano il valore del Risorgimento, così come meritevole di attenzione e riflessione serena sono talune posizioni relative all’immigrazione e alla cittadinanza. Detto questo, rimane impossibile ignorare che tali pronunce si iscrivono in un quadro che ben difficilmente può essere definito positivo. Tanto per cominciare, c’è la questione della liquidazione di Alleanza Nazionale. È vero, settori significativi della classe dirigente di tale partito erano ormai fortemente allineati sulle posizioni di Silvio Berlusconi e della sua forza politica. Tuttavia, finché Alleanza Nazionale esisteva come formazione autonoma, era impervio per costoro spingere la loro consonanza filoberlusconiana oltre certi limiti. Dissolta Alleanza Nazionale nel calderone del cosiddetto Popolo della Libertà, non soltanto è sparito dallo scenario politico nazionale un partito che, pur con tante carenze e incongruenze, poteva comunque rappresentare una Destra politica, ma inoltre i berluscones hanno avuto, e hanno, campo libero per integrarsi crescentemente nella formazione guidata da Berlusconi, talché le autonome prospettive culturali e valoriali di una Destra moderna sono ormai assai poco presenti nella scena pubblica nazionale.
La scelta di confluire in un unico partito è stata senza dubbio dettata, per Alleanza Nazionale, dal timore di affrontare da sola impegnativi appuntamenti elettorali. Il duplice risultato negativo è che per gli esponenti provenienti da tale partito è divenuto praticamente impossibile contenere le spinte crescenti della Lega, rendendo così poco credibili i proclami di resistenza alle pretese di Umberto Bossi e del suo apparato.
Si deve aggiungere altresì che troppo in ritardo, e formulati in maniera ambigua, sono ormai i propositi di contrapposizione alla Lega espressi in qualche occasione dal presidente della Camera. Ho lasciato Alleanza Nazionale – alla cui nascita e sviluppo avevo dato un contributo primario sotto il triplice profilo della credibilità intellettuale, morale e politica – allorché tale partito ha sostenuto e approvato in Parlamento la riforma costituzionale voluta da Umberto Bossi. Alleanza Nazionale ha fatto credere di poter coniugare l’unità della nazione, primo dovere di un partito di Destra, con un federalismo i cui caratteri di disaggregazione civile e istituzionale viceversa balzano agli occhi. Perché ciò sia avvenuto, è evidente: per mere esigenze di potere, per conseguire e ottenere certe posizioni. Taluni odierni discorsi, perciò, non soltanto giungono in grave ritardo, non soltanto sono dunque incapaci di riparare i danni già procurati e di limitarne altri, ma sono inoltre condizionati dal proposito di conservare comunque le posizioni potestative acquisite, e questo ne indebolisce incidenza e attendibilità.
Ciò premesso, è arduo comprendere il significato strategico della politica finiana. Le condizioni per una “successione” a Berlusconi appaiono oggi ancor meno probabili di prima. Il presidente della Camera ha affermato più volte di voler rimanere nel Popolo della Libertà, e dunque una convergenza con il partito di Pier Ferdinando Casini e con la “scheggia” partitica di Francesco Rutelli in vista della nascita di un nuovo soggetto politico sembra da escludere. Del resto, Casini si è molto indebolito politicamente con le recenti elezioni regionali e con le alleanze “variabili”, qua con la sinistra altrove con Berlusconi: molti elettori, prima ben disposti verso di lui, ne sono rimasti sconcertati, e non lo hanno votato. Quanto a Rutelli, benché messo a più riprese sull’avviso, ha voluto la nascita del partito democratico, esito non tanto sbagliato in sé e per sé, quanto per i tempi, i modi, le condizioni imprecisate: avrebbe dovuto attendere, sfidando i democristiani di sinistra presenti nella Margherita e vogliosi di sciogliersi nel partito democratico, mantenendo se del caso in piedi la Margherita con le persone cui lui aveva dato fiducia e che tale fiducia avevano ricambiato. Non lo ha fatto, e dopo aver voluto il partito democratico ha dovuto lasciarlo. In breve, oggi come oggi l’ipotesi di un partito o schieramento “centrale” e centrista includente Fini, Casini e Rutelli configurerebbe un esercito di tre generali e pochi soldati, senza dire che Fini si conferma, giustamente, bipolarista e non aspira a regressioni tripolariste.
Per concludere. Lo schieramento governativo attuale ha il suo elemento propulsivo nella Lega. In un ipotetico dualismo tra Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti, non sembra esservi spazio per ulteriori acquisizioni da parte di Fini. Egli può giocare in chiave di ostruzionismo, ma non vedo, salvo sorprese, spazî per promozioni di leadership. Il centrismo non è nelle corde di Fini ed è comunque un indirizzo troppo fragile e precario. Che Fini possa ascendere, nella contesa per la presidenza della Repubblica (non sta in piedi infatti la prospettiva del presidente della Camera che assurge a presidente del Consiglio), a bandiera del centro-sinistra, è tutto da dimostrare. È vero che tale versante politico è ai limiti della disperazione, ma proprio per questo le sue divisioni interne gli impedirebbero di convergere compatto sul nome di Fini. Senza dire, attenzione, che la Lega è capace di tutto, pur di giungere al traguardo del suo federalismo per disaggregazione: se disincantata da Berlusconi (e dalle difficoltà della crisi economica che lo condizionano), potrebbe … buttarsi a sinistra. È già avvenuto. E in una crisi politica generale che è pesante già oggi e che è suscettibile di aggravarsi ancora, è difficile individuare quale potrebbe essere un attendibile e costruttivo posizionamento strategico di Gianfranco Fini, specie se gli eventi politici ed elettorali lo privassero della prestigiosa tribuna istituzionale e quindi mediatica di cui attualmente dispone.