Data: giovedì 22 luglio 2010 ore 00.43
«È giunta l’ora che Fini esca dal Pdl e si faccia un partito». Il consiglio arriva dall’alto, da uno dei padri fondatori di Alleanza nazionale, dall’ideologo della svolta di Fiuggi che trasformò il Msi in An. Il professor Domenico Fisichella, che dopo quattro legislature in Senato dal 2008 è tornato all’insegnamento universitario, scruta con preoccupazione lo scenario politico italiano. «In questo momento il peso delle opposizioni è praticamente inesistente, il grosso gioco della politica si sviluppa e si svilupperà tutto all’interno del centrodestra». Una anomalia. «La piccola componente di Pier Ferdinando Casini, la scheggia partitica di Francesco Rutelli, oltre che il Pd e l’Idv, non riescono ad esprimere né una linea comune né una prospettiva strategica che dia il senso di ciò che ciascuno di questi soggetti politici voglia fare per l’avvenire». Un vuoto in cui rimbombano ancora di più gli echi del cannoneggiamento interno che sconquassa la maggioranza. «Con la crisi del centrodestra oggi si sviluppa anche l’unica politica che in qualche modo stiamo vedendo operare, che si riduce al conflitto tra le due anime del Popolo della Libertà».
Come vede la posizione di Silvio Berlusconi?
Particolarmente debole, non tanto per i numeri elettorali e parlamentari che ancora ci sono. È debole perché non c’è più un indirizzo, non è più chiaro chi comanda effettivamente all’interno della coalizione e, soprattutto, non è chiaro il progetto. Gianfranco Fini, invece, sembra a suo agio nel ruolo di oppositore interno.
Ho pensato a lungo che larga parte della sua azione si sarebbe sviluppata in una logica di sostanziale ostruzionismo, senza un ulteriore sbocco dal punto di vista strategico. Però oggi comincio a chiedermi se non sia giunto il momento di sciogliere il nodo problematico che sta sotto questa linea di azione.
Cosa intende dire?
Siamo giunti al momento in cui il presidente della Camera deve prendere le sue decisioni, e deve farlo in coerenza con quello che è il quadro del partito di maggioranza relativa.
Qual è il quadro attuale del Pdl?
Il Pdl non è più “un partito”, è almeno “due partiti”, due forze politiche. Fini ha manifestato una serie di posizioni programmatiche alternative rispetto a quelle del suo partito, sulle quali si può essere sostanzialmente d’accordo. Vogliamo elencarle?
La difesa ferma della legalità, l’unità nazionale, i costi del federalismo, i flussi migratori e la cittadinanza. Fini ha posto tutte queste questioni, a volte con un certo ritardo, ma le ha poste. È stato meno chiaro sui temi della politica economica, e certamente restano altri nodi da sciogliere, ma una volta compiuti questi ulteriori passi deve rendersi conto che ci sono delle decisioni da prendere: o nel Pdl si fa chiarezza e si raggiunge una convergenza piena, oppure a questo punto credo che sia più opportuno per il Paese che si prendano strade diverse.
Perché c’è bisogno di questo chiarimento?
Perché il Pdl è paralizzato, Berlusconi ha difficoltà a gestire il partito e a governare il Paese e questo provoca danni all’Italia. Ma anche Fini ha bisogno di quel chiarimento, perché la sua linea politica alla lunga rischia l’usura.
Fini dovrebbe fondare un nuovo partito?
Fini deve comunicare all’opinione pubblica cosa vuol fare. Non soltanto su questioni specifiche, rispetto alle quali ci può sempre essere il dubbio che si operino delle strumentalizzazioni, ma a livello politico. Il che significa assumersi anche la responsabilità di una forza politica nuova, che conduca una battaglia di destra moderna e realistica che ormai, va detto chiaramente, nel nostro Paese non esiste più.
Cosa dovrebbe fare, nel concreto?
In primo luogo dovrebbe chiarire ancora alcuni aspetti programmatici. Parlo del rapporto con una serie di questioni poste dalla morale religiosa, dagli equilibri fra autorità spirituale e potere temporale. Inoltre, come detto, dovrebbe mettere nero su bianco la sua linea di politica economica. Infine dovrebbe rapidamente sottoporre all’opinione pubblica una formazione politica possibilmente accompagnandola ad una scelta di uomini che diano garanzie sotto tutti i profili.
Sarebbe questo il nucleo di base del Terzo polo?
Non necessariamente. C’è un equivoco da dissipare: io credo che Fini sia decisamente bipolarista e non penso che voglia andare ad un Terzo polo. È possibile che voglia partecipare alla costruzione di una terza forza, che poi possa operare come secondo polo del sistema politico in un quadro in cui si deve preventivamente destrutturare l’attuale sistema bipolare. Nel nuovo sistema che ne nascerebbe, Fini potrebbe rappresentare una destra moderna, che potrebbe contribuire alla nascita di una sinistra altrettanto moderna.
E se il presidente della Camera non intendesse creare un nuovo partito?
Non può esaurire la sua azione politica nell’utilizzo dello strumento polemico interno, nella protesta contro la mancanza di democrazia nel Pdl. Ci deve essere qualcosa di ulteriore, altrimenti il suo discorso rimarrà sterile.
C’è lo spazio per l’ascesa di un nuovo partito nell’ambito del centrodestra?
La società italiana è destrutturata e debilitata moralmente e intellettualmente. Questo spazio non sarebbe facile da realizzare, ma l’Italia ne avrebbe un grande bisogno. La battaglia, ad ogni modo, sarebbe durissima e non è detto che risulterebbe vincente.
Cosa deve temere Fini?
La sua è soprattutto una lotta contro il tempo. Una grave crisi del Pdl potrebbe indurre Berlusconi a sollecitare elezioni che in qualche modo, alla fine, potrebbe riuscire ad ottenere. È difficile immaginare che ci possano essere governi di transizione o di decantazione e allora il tempo a disposizione di Fini potrebbe essere poco.
Non crede che un voto in primavera sarebbe troppo ravvicinato per la neonata formazione?
Avere a disposizione solo sei mesi sarebbe un problema. Ma tirare troppo la corda, tirarla per altri tre anni senza spezzarla, lo sarebbe ancor di più. Dove andrebbe a finire Fini tra tre anni, quando si andrà a votare? Chi se lo tiene? Il centrodestra non credo. D’altra parte può anche accadere che tra due anni sia finita la crisi economica e sarebbe ancor più difficile combattere un centrodestra che ha superato l’emergenza.
Non pensa che Napolitano possa, di fronte a una crisi di governo, optare per un esecutivo di transizione?
Con chi lo fa? Se lo presiede Berlusconi, chi starebbe in questo governo? E se non dovesse presiederlo, perché il premier dovrebbe accettarlo sapendo che segnerebbe la sua fuoriuscita dalla vita politica? Non mi sembra un prospettiva possibile. Quel che è certo è che ci troviamo di fronte a un passaggio altamente drammatico, ma è anche un passaggio in cui se nessuno decide alla fine la palude potrebbe inghiottire tutti. Anche Fini.
Se qualcuno dovesse chiederglielo, si metterebbe a disposizione per costruire una base solida per un nuovo partito?
Non ho nulla da chiedere e non ho bisogno di nessuno. Ho solo la preoccupazione per questa Nazione e sento degli obblighi morali e civili ai quali non mi sottrarrei se ci fossero le condizioni di credibilità degli altri.
In questo periodo ha avuto contatti con Fini?
Non ci siamo sentiti. In quest’ultimo periodo.