Data: giovedì 1 ottobre 1992 ore 00.00
La gente cerca di capire: dove va la politica italiana? Cosa
succederà adesso e nel prossimo futuro? Molti si rimbalzano accuse o
sospetti di tentazioni autoritarie. Ciriaco De Mita teme per la
democrazia, ed ovviamente individua i nemici tra quanti sono stati e sono
estranei al tradizionale assetto di potere. Umberto Bossi teme per la
democrazia, e naturalmente giudica che le minacce più forti provengono
dalla partitocrazia.
In una transizione disordinata, molte cose possono accadere. Ma,
rimanendo nel concreto, i partiti fin qui dominanti, dai democristiani
agli ex comunisti, hanno sostanzialmente quattro percorsi cui affidarsi:
tentare una riforma elettorale che, attraverso un meccanismo di premio
(sovrarappresentazione), consenta loro di recuperare quel che perdono in
voti, per prolungare il loro controllo sociale; tentare un "governissimo",
che li leghi tutti insieme e che li sostenga reciprocamente; rimandare il
più possibile ogni appuntamento elettorale, come sta già accadendo in
molte aree (qui effettivamente si può lambire l'attentato alla
democrazia), per evitare di registrare altre cadute; avviare un qualche
rinnovamento delle classi dirigenti interne, per recuperare una certa
credibilità e un'immagine presentabile. Ometto deliberatamente
l'attuazione di qualche "provocazione", tra l'altro perché la
realizzazione di azioni siffatte troverebbe oggi un terreno assai meno
ricettivo nell'opinione pubblica, ove scetticismo e diffidenza sono ormai
sentimenti dominanti.
Va da sé che nel blocco partitocratico ci sono differenze e linee
di divisione: ad esempio, sulla manovra economica Achille Occhetto sta in
posizione non collimante con democristiani e socialisti, e se oggi la
Quercia perde meno voti di altri è perché ne ha già perduti molti prima.
Ma, nel complesso, il fronte partitocratico ha alcuni interessi
fondamentali comuni, la cui difesa passa appunto per una certa riforma
elettorale, per elezioni dilazionate, per l'ammucchiata ministeriale e per
il maquillage interno.
Possono portare al successo queste quattro vie? Qui bisogna
dividere la risposta in due parti. E' possibile che alcuni traguardi
indicati (e persino tutti) si realizzino: non si possono escludere il
governissimo, una riforma elettorale ad usum delphini, alcune
trasformazioni negli assetti di potere dei partiti. Tuttavia, il quadro
dissolutivo del regime ha raggiunto livelli vitali che, se pure il
governissimo nascesse, non riuscirebbe a governare. Se pure la legge
elettorale cambiasse nel senso voluto dai partitocrati, in molte aree
territoriali sarebbero gli "altri" a lucrarne i vantaggi. Se pure i
vertici dei partiti tradizionali mutassero faccia, a moltissima gente ciò
non importerebbe né poco né punto.
Insomma, numerosi elementi suggeriscono che la realtà è già andata
oltre questi tipi di soluzioni proposte. Dunque, o le soluzioni
istituzionali sono di altro tipo (e in tal caso il ricambio di regime
potrebbe avvenire in maniera relativamente ordinata e "continua"), oppure
il ricambio di regime avverrà a ruota libera, in forme disordinate e
"discontinue", con un interregno decisamente anarchico di qualche ampiezza
temporale.
E qui emerge un altro interrogativo. Se Claudio Martelli è
politicamente troppo vecchio per rappresentare il nuovo, se Giorgio La
Malfa è troppo "élitario" per sfondare tra i grandi numeri elettorali
(oltre che essere anch'egli figlio del passato regime), se valgono tutti
questi "se", allora la "nuova classe" che l'Italia deve aspettarsi è
quella espressa dal leghismo? Ma l'arcipelago leghista è in grado di
produrre una dirigenza politica adeguata a un buon Paese europeo?
Non si può dire che la leadership politica espressa dalla
partitocrazia, specie nell'ultimo ventennio, abbia costituito e
costituisca il meglio della società. Spesso la selezione ha operato alla
rovescia. D'altra parte, vanno fatte (almeno) tre considerazioni. L'Italia
non è ancora in mano alle Leghe e non è ancora tutta investita dalla
sindrome leghista. In secondo luogo, se davvero il leghismo si espandesse
e rafforzasse, potrebbe anche migliorare la sua classe politica. In terzo
luogo, nulla sappiamo sulla durata del leghismo. In altri termini, saranno
le Leghe a trionfare sulle macerie del vecchio regime, o il leghismo
opererà come un esplosivo che fa precipitare un edificio e però si
dissolve con questo, lasciando così campo aperto per terzi soggetti?
Dobbiamo avere chiare queste domande se si vuole lavorare con
spirito costruttivamente realistico per il futuro. Almeno al Nord, per
adesso il rifiuto del vecchio si incanala nell'alveo leghista, e ciò è
persino comprensibile. Ma la prospettiva delle Leghe, che postula nella
sostanza la disgregazione del tessuto unitario nazionale, non è
accettabile, e quando pure la dirigenza leghista migliorasse per qualità
ed esperienza, tale fatto non ridurrebbe automaticamente i rischi del
progetto leghista, ma anzi potrebbe persino aggravarli. D'altro canto la
vampata leghista può attenuarsi, una volta compiuta l'opera
destabilizzante del passato partitocratico.
Tutto, dalla crisi terminale del regime al fenomeno leghista, dalla
decadenza dei consociativismi alla sterilità delle "Alleanze
democratiche", concorre perciò nell'indicare la necessità di una grande,
articolata Alleanza Nazionale che prepari fin d'ora una nuova classe
dirigente, promuova un originale assetto istituzionale, salvaguardi
l'unità dello Stato e della Nazione. Questa è l'ora dei doveri e dei
propositi di ampio respiro. Dobbiamo assumerci la responsabilità del
nostro destino. I patrioti non hanno ragione di essere pessimisti, anche
se la lotta sarà faticosa.
(Il Tempo -
Giovedì 1° ottobre 1992)